Amazon.copyright
Si scrive amazon.com, ma si legge amazon.copyright.
È di qualche giorno fa la notizia che negli U.S.A – dove Amazon punta al monopolio del mercato degli ebook (ma non solo: con il Kindle fire l’orizzonte si allarga ad ogni conteuto multimediale)- “Penguin Group, il colosso editoriale che da anni pubblica questi autori ha deciso di ritirare tutti i suoi nuovi libri in formato ebook dalla capillare rete di public libraries americane, bloccando inoltre tutti i suoi titoli, vecchi e nuovi, in edizione Kindle”.(http://www.corriere.it/cultura).
Quale è la ragione di questa mossa? Una sola: lo spetto della pirateria digitale.
Quello del prestito on-line delle bibliteche americane è una delle innovazioni più significative del mercato degli ebook. Poter prendere in prestito un libro direttamente dal divano di casa sembra già una gran cosa, ma è davvero nulla se confrontato al fatto che il libro in questione potrebbe essere un libro degli scaffali (virtuali) della New York public library.
Quale rivoluzione culturale sarebbe quella che permettesse un prestito bibliotecario di porporzioni globali? Non sarebbe forse una rivoluzione più epocale dell’invenzione di Gutemberg?
Ma quella che si profila all’orizzonte sembra essere semplicemente una battaglia di diritti d’autore. E così, mentre si fanno i conti di quale tablet conquisterà il posto sotto l’albero di Natale, un grande editore vieta la possibilità di prendere in prestito i propri ebook dai cataloghi delle public library.
Quella tra soldi e cultura è forse una delle battaglie più longeve della storia dell’uomo.
Finirà mai? Si troverà qualcuno disposto a investire in cultura invece che mungere dalla cultura?
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